Un sms di una mia amica, qualche giorno fa. "Tu credi che esista
per sempre?". Bella domanda. In realtà non so se esista, ma non posso fare a meno di crederci. Sono un ammalato del
per sempre. E' grave, incurabile. In un mondo dove la filosofia del consumo ha il sopravvento anche sui sentimenti è difficile credere che
per sempre sia applicabile alla realtà. Forse
per sempre è un pensiero da sognatori, gente che vive tra le nuvole. Ed io tra le nuvole sto, sarà per questo che ho sempre un po' di tosse.
Non che chi non ci crede sia peggio di me, anzi, gode di molti vantaggi nella vita pratica: si accontenta delle piccole cose, sa cambiare via velocemente, riconosce che la perfezione non esiste. Alla lunga chi non pensa
per sempre vince, se non altro perché ha il supporto della maggioranza, di quella che chiamano società. Prendi, usa e via. E' nell'istinto dell'uomo mordere la mela e gettare il torsolo. Ma
per sempre non è solo istinto. E' cuore e ragione. Una passione razionale, un'idea che è incisa nella mente di pochi, che negli altri resta solo inconscia. Forse una maledizione. Chi ha la coscienza del
per sempre è più portato all'infelicità: sa che le sue aspirazioni resteranno irrealizzate, sa che la sua meta sarà sempre un passo più in là. Eppure, sa di non potere rinunciare, sa che bisogna continuare a lottare per costruire quella torre di Babele, che prima o poi gli farà raggiungere il cielo. Poco importa che non lo raggiungerà mai: l'importante non è il bersaglio, l'importante è il percorso.
Nel "
De rerum natura",
Lucrezio per spiegare l'idea di infinito dice che c'è un arciere che,
postosi ai confini dei mondo, scaglia una freccia: il dardo prosegue la corsa verso l'infinito. Potrà sbattere contro qualche roccia, contro qualche montagna. Ma a quel punto l'arciere potrà sempre scagliare una nuova freccia verso l'infinito. E' così che la freccia corre. Ma soprattutto, e questo Lucrezio non lo dice, è così che l'arciere agisce: quando la freccia si ferma, magari si rompe, prende una nuova freccia, carica l'arco e tira.
Per sempre. E l'infinito non è tanto quello che non si raggiunge, ma la ripetizione del gesto, il rito che ogni giorno l'arciere compie per amore del tiro con l'arco. Cosa importa il resto? Cosa importa se il tiro non ha bersaglio definito? L'arciere cerca di mantenere sempre teso l'arco, non si lascia andare. Può darsi che il tempo tenda ad allentare la corda, ma un buon arciere cambia freccia, non l'arco.
Così chi pensa
per sempre, ed io non riesco a non pensarci. Quando scrivo, quando respiro, quando sto solo, quando sto con una persona, quello è solo un momento, ma è un momento del
per sempre, e solo per questo ha importanza. Quando nella realtà il momento finisce, quando poso la penna, quando esco di casa, quando quella persona se ne va, allora
per sempre si fa più prepotente: avrei potuto scrivere qualcosa di meglio, qualcosa che rimanesse
per sempre; avrei potuto stare un po' più da solo a riflettere invece di perdermi nel traffico; avrei potuto... il
per sempre si scontra col condizionale. Per questo si ha paura del
per sempre. Felicità rara, amaro in bocca però con qualche sorriso. Bisogna avere il coraggio di insistere, insistere e attendere. Due verbi sempre più sconosciuti. Insistere significa stare dentro, quasi il contrario di divertirsi, che significa uscire dal centro. Attendere significa tendere verso (tendere... l'arco). Servono pazienza ed esercizio. Serve lentezza. E se l'attesa non pagasse? E se alla fine ci fosse solo uno sbaglio? Allora occorre anche coraggio.
Ecco le doti dell'arciere: insistenza, attesa e coraggio. Insistenza nell'esercizio, attesa del momento giusto (l'arciere non è contro il cogli l'attimo, ma cerca l'attimo giusto), coraggio di sbagliare o di rischiare un tiro verso il niente. Ora, tutto questo va contro la logica comune. Ma non importa. L'arciere vive fuori dal tempo, in una dimensione infinita. Finché il tempo non lo fregherà. Ma solo esattamente nel momento in cui il tempo avrà cessato finalmente di esistere.
Per sempre.